jim valvano

“Cindarella Stories”: UNA DELLE PIÚ INCREDIBILI STORIE DEL BASKET

La “March Madness” (il più importante torneo NCAA dove quest’anno ci sarà il debutto di 2 italiani: Davide Moretti e Nikola Akele) per me il periodo più bello dell’anno cestistico.

La pazzia di marzo, il torneo NCAA, semplicemente la pallacanestro più emozionante del pianeta.

Ci sono tante “Cindarella Stories” ma voglio raccontare quella che più rappresenta la March Madness.

Wolfpack + Jim Valvano = Cardiac pack

Partiamo da Jim Valvano, figlio di Rocco Valvano e Angelina Gianturco, e si può chiaramente capire le origini. Sono emigranti lucani. Jim è il secondo di tre figli. Nasce nel 1946 a New York, con non pochi sacrifici. I genitori riescono a farlo studiare alla Seaford High School. Finito il liceo ha già le idee chiare, che appunta su un pezzo di carta: giocare a basket all’università; diventare assistente allenatore; diventare capo allenatore di una squadra NCAA; vincere un partita al Madison Square Garden; tagliare la retina del titolo nazionale.

Pronta per lui una borsa di studio da parte della Rutgers University, dove gioca per 4 anni nel ruolo di guardia e completa gli studi in Lingua Inglese. Passa subito dall’altro lato come vice di Bill Foster. Da qui in poi corre veloce è diventa capo allenatore del college John Hopkins. I risultati però non sono con lui e si trasferisce prima a Bucknell e poi ad IONA siamo nel 1975 ed ha solo 28 anni. L’università si trova a nord si New York e dopo tre anni (‘78/’79)per la prima volta accedono al torneo NCAA, vengono eliminati al primo turno.

Staccano il biglietto anche l’anno successivo (‘79/’80) ma escono al secondo turno. Ma a febbraio una partita lo segna e gli fa realizzare un altro dei suoi sogni. Vincono contro Lousville, che poi saranno campioni e lo fanno al Madison causa indisponibilità del loro campo.

Non rimane inosservato ed arriva l’occasione a North Carolina State, prestigioso ateneo, ma che da qualche anno naviga in acque torbide.

Primo anno non arriva la qualificazione al torneo finale. Al secondo però centra la qualificazione, ma escono subito. L’anno successivo la stagione 1982/1983 è storia, è la storia di Jim Valvano e dei suoi Cardiac pack. I media li titolano “Survive and advance”.

La stagione comincia non bene anche se i Wolfpack sono inseriti tra le possibili sorprese. Andando avanti la situazione peggiora e non migliora: finiscono la stagione con un record di 17-10 (8-6 nella conference), l’unico modo per essere inseriti nel tabellone a 64 squadre che può portare al titolo è vincere il torneo della propria conference, la ACC, al tempo considerata la più forte di tutte senza pensarci.

Il torneo si svolge ad Atlanta. Ai quarti al nostro Jim ed ai suoi ragazzi tocca Wake Forest 71-70 per i nostri dopo aver rincorso tutta la partita.

Dopo la partita lascerà la seguente dichiarazione: “Probabilmente non siamo la squadra più forte, probabilmente non siamo la squadra che gioca il basket migliore ma vi sfido a trovare una squadra che lotta come noi, noi non molliamo mai”.

Semifinale, sfavoriti è dire poco, di là li aspetta un certo Michael Jeffrey Jordan e il suo ateneo North Carolina. Vanno al supplementare e vincono 91-84 (questa partita era anche un derby molto sentito, sarei curioso di vedere le facce dei Tar Heels negli spogliatoi).

Finale solito, sfavoriti ma regolano Virginia nel finale per 81-74.

Nessuno pensava potessero vincere, ma sono al grande ballo e tutto può succedere. E qui se non l’ho era ancora comincia la Cindarella Stories.

Tabellone NCAA sono nella parte della West Region seed 6. Primo turno Perppedine di Malibù, e questi sono in vantaggio di 6 a venti secondi dallo scadere del tempo ed ad otto secondi sono sotto di due. Whittenburg sbaglia l’ultimo tiro libero e Mcqueen fa suo il rimbalzo, realizza e si va al supplementare. Dopo poi i ragazzi di Valvano vinceranno  69-67.

Secondo turno non si smentiscono soffrono per tutta la partita ma vincono 71-70 contro UNLV. Rimangono attaccati alla partita ed affondano l’ultimo colpo quello mortale nei secondi finali.

Alle Sweet 16 arriva la prima vittoria facile 75-56 contro Utah adesso sono ad un passo dalle Final Four. L’avversario è già noto, sono quelli di Virginia battuti in finale ACC, ritorno dei Cardiac Pack partita punto a punto e vittoria 63-62 con Virginia che prova a vincerla ma l’ultimo tiro vede solo l’anello. Tutti ad Albuquerque New Mexico e sono Final Four contro tutti i pronostici.

Il tabellone era così composto da una parte Lousville-Houston di Drexler ed Olajuwon che con gran classe e fisicità fanno in finale con il punteggio 91-84.dall’altro lato la nostra Cindarella contro Georgia (l’atra sorpresa). Nonostante Whittenberg avesse 38 di febbre, la squadra di Valvano la vince quasi in scioltezza per 67-60.

In finale sembrano la vittima sacrificale addirittura un giornalista chiede a Valvano come pensa di fermare le due stelle di Houston la rispota è: “Non ne ho la minima idea”. Siamo al 4 aprile 1983 e Valvano ha un piano chiaro in testa: ritmi blandi e rallentare il gioco con attacchi controllati e in difesa un pressing asfissiante per tutta la partita.

Houston non riesce a sciogliere il nodo tattico dell’italo-americano e si arriva sul 52 pari con una ventina di secondi e palla ai Wolfpack che però riesce a costruire non più che un tiro da nove metri con Whittenberg che va corto e tutti pensano al supplementare ma Lorenzo Charles crede di poterla prendere e metterla nel cesto. La schiaccia nel canestro ed NC State vince sulla sirena. Finirà con Valvano che gli occhi sbarrati per l’incredulità. corre per il campo e con il taglio della retina.

Era la squadra del destino una squadra che ha avuto la forza di non mollare mai e di non aver paura di superare i propri limiti.

Personalmente penso che questa sia la storia che più impersonifica lo spirito del torneo che ogni anno regala mille emozioni.

 

Purtroppo Valvano nel 92 si ammala di cancro e ci lascerà di li a poco, prima fonderà un’associazione con l’aiuto di ESPN “Jimmy V Foundation for cancer research” impoegnata nella lotta e ricerca contro il cancro.

 

Di seguito alcuni link tra cui i secondi della epica vittoria, un suo famosissimo discorso e la sua storia raccontata da Flavio Tranquillo.

 

https://www.youtube.com/watch?v=ubCybJk-IAY

 

https://www.youtube.com/watch?v=HuoVM9nm42E&t=11s

 

https://www.deejay.it/audio/jim-valvano-web/459408/

Buona Mach Madness

 

 

Traduzione discorso (video)

 

Ho intenzione di parlare a lungo, più di chiunque altro abbia parlato stasera. Così sia. Il tempo è molto prezioso per me, non so quanto mi avanza ed ho alcune cose da dirvi. Si spera, alla fine, che possa aver detto qualcosa di importante anche per altre persone.

Non posso farne a meno. Ora io sto combattendo contro il cancro, lo sanno tutti. La gente mi chiede sempre come faccio ad andare avanti e come passo le giornate, ma nulla è cambiato per me! Come ha detto Dick [Dick Vitale, una specie di Dan Peterson a stelle e strisce, è colui che accoglie ed accompagna Valvano sul palco], io sono un uomo passionale, emozionale. Non posso farne a meno. Sono il figlio di Rocco e Angelina Valvano, è una cosa che va di pari passo con le origini, con il territorio. Ci abbracciamo, ci baciamo, amiamo. E quando la gente mi domanda come riesca ad andare avanti e trascorrere le giornate, è la stessa cosa di sempre!

Per me ci sono tre cose che noi tutti dovremmo fare ogni giorno. Dovremmo farle ogni giorno della nostra vita! La prima cosa è ridere, si dovrebbe ridere ogni giorno. La seconda è pensare, si dovrebbe trascorrere del tempo a pensare. E la terza è emozionarsi e commuoversi fino alle lacrime, per la felicità o per la gioia. Ma pensateci: se si ride, si pensa e si piange potete dire di aver vissuto un giorno completo. Accidenti che bel giorno! E se hai trascorso sette giorni così a settimana, hai ottenuto qualcosa di speciale.

Oggi ho viaggiato in aereo con Mike Krzyzewski, mio buon amico e meraviglioso allenatore. La gente non sa che è dieci volte una persona migliore di quanto sia come allenatore, e sappiamo che grande allenatore sia. E’ stato molto importante per me in questi ultimi cinque o sei mesi con la mia battaglia. Ma quando guardo Mike, penso che abbiamo gareggiato l’uno contro l’altro come fossimo giocatori ed ho allenato contro di lui per quindici anni.
Ho sempre pensato a ciò che è importante nella vita e per me sono queste tre cose: dove hai iniziato, dove ti trovi e dove hai intenzione di essere. Queste sono le tre cose che cerco di fare ogni giorno, quando penso ad alzarmi e fare un discorso. Non posso farne a meno. Devo ricordare il primo discorso che abbia mai fatto.

 

Ero allenatore presso la Rutgers University, che è stato il mio primo lavoro, oh meraviglioso [reazione agli applausi del pubblico], ed io ero allenatore al debutto. Questo succede quando debuttanti allenano squadre debuttanti, ero così eccitato dal mio primo lavoro! Vedo Lou Holtz qui. Coach Holtz, chi non ama il primo lavoro avuto? La prima volta che si sta negli spogliatoi per fare un discorso di incoraggiamento. Questo è un posto speciale, lo spogliatoio, ideale per un allenatore per fare un discorso.
Il mio idolo come allenatore era Vince Lombardi [modello per Valvano e pluridecorato allenatore di football] ed avevo letto questo suo libro intitolato “Commitment To Excellence”. E nel libro Lombardi raccontava la prima volta che ha parlato nello spogliatoio ai suoi Green Bay Packers, che erano perdenti perenni. Lombardi si chiedeva se avrebbe dovuto fare una lunga chiacchierata o un breve discorso, ma poiché lui voleva dare emozioni, scelse di essere breve. Quindi, ecco quello che ho fatto io.

Normalmente si entra nello spogliatoio, non so, venticinque minuti, mezz’ora prima che la squadra scenda in campo; si parla un po’ di tattica e poi si fa il grande discorso motivazionale alla Knute Rockne [grande allenatore di football attivo negli anni ’20 a Notre Dame]. Lo facciamo tutti noi: discorso numero 84. Si tira fuori nel modo giusto, lo si tiene pronto, con la tua squadra pronta.
Bene, stavo per fare il primo discorso della mia carriera. Ed avevo appena letto questo libro di Vince Lombardi. Lui disse di non essere entrato subito nello spogliatoio. Ha aspettato. Ed i suoi giocatori si chiedevano: “Dove è finito? Dove si trova questo grande allenatore?” Non c’è. Passano altri dieci minuti, ancora non c’è.
Tre minuti prima di dover scendere in campo Lombardi entra, sbattendo la porta per aprirla, e credo che tutti voi ricordiate quale grande presenza avesse… esatto, grande presenza. Entrò e si limitò a camminare avanti e indietro, così [cammina sul palco], appena entrato, guardando i giocatori.
E dopo un po’ disse: “Tutti gli occhi su di me”. Sto riportando fedelmente dal libro.
Ho fatto mia questa immagine di Lombardi prima del suo debutto. Disse: “Signori, ci saranno vittorie quest’anno se sarete in grado di concentrarvi su tre cose, e solo tre cose: la vostra famiglia, la vostra religione, ed i Green Bay Packers”. E quei ragazzi hanno buttato giù i muri, il resto è storia [i Packers da perenni perdenti vinsero 5 titoli in 7 stagioni negli anni ’60].

Mi sono detto che bello, voglio farlo anch’io! La vostra famiglia, la vostra religione, e Rutgers Basketball! Perfetto. Ce la posso fare. Senti, ho ventun anni, i ragazzi che alleno ne hanno diciannove, va bene? Sto per diventare il più grande allenatore del mondo, il prossimo Lombardi.
Facevo le prove fuori dallo spogliatoio. I dirigenti mi pressavano: “E’ ora di andare dentro”. Non ancora, non ancora! E mi ripetevo: famiglia, religione, Rutgers Basket! Tutti gli occhi su di me! Ce la faccio, andrà alla grande!
Poi finalmente chiamano i tre minuti all’ingresso in campo, ed io: bene, è il momento! Storia vera.
Vado a sbattere la porta, proprio come Lombardi. Boom! Non si è aperta. Mi sono quasi rotto un braccio. Ero come… ero piegato dal dolore. I giocatori che mi stavano cercando vennero in mio soccorso: “Aiutate l’allenatore lì fuori, dategli una mano”.
A quel punto una volta entrato ho fatto come Lombardi, camminando avanti e indietro, mentre muovevo il braccio cercando di far passare il dolore, facendo quasi pena.
Alla fine cominciai a parlare: “Signori, tutti gli occhi su di me”. Questi ragazzi avevano solo voglia di giocare, erano diciannovenni, let’s go!
“Signori, ci saranno vittorie quest’anno se sarete in grado di concentrarvi su tre cose, e solo tre cose: la vostra famiglia, la vostra religione, ed i Green Bay Packers”, dissi. L’ho fatto, lo ricordo.

 

Mi ricordo da dove vengo. E’ così importante sapere dove sei. So dove mi trovo ora. Come si fa a passare da dove siete a dove volete essere? Penso che bisogna avere entusiasmo per la vita. Bisogna avere un sogno, un obiettivo. Dovete essere disposti a lavorare per esso.
Ho parlato della mia famiglia, così importante. La gente pensa che io abbia il coraggio. Il coraggio nella mia famiglia sono mia moglie Pam, le mie tre figlie, qui, Nicole, Jamie, LeeAnn, mia mamma, qui anche lei.

Lampeggia uno schermo lassù, dovrei chiudere entro trenta secondi. Cosa vuoi che mi interessi quello schermo adesso, eh? Ho metastasi in tutto il mio corpo e dovrei essere preoccupato per un ragazzo in fondo che mi fa segno “trenta secondi”, eh?
You got a lot, hey va fa Napoli, buddy! You got a lot [“va fa Napoli” è un equivalente americano di “va al diavolo”].

Un’ultima cosa, esorto tutti voi, tutti voi!, a godere la vostra vita, i momenti preziosi che avete. Spendere ogni giorno con qualche risata e qualche pensiero, per ottenere e cercare emozioni. Siate entusiasti ogni giorno, come disse Ralph Waldo Emerson: “Nulla di grande può essere realizzato senza entusiasmo” – per mantenere i vostri sogni in vita nonostante tutti i problemi che avete. Lavorate duro affinché i vostri sogni si avverino, per farli diventare realtà.

 

Ora guardo dove sono adesso e so cosa voglio fare. Quello che mi piacerebbe essere in grado di fare è spendere il tempo che mi resta per dare, forse, qualche speranza per gli altri. La Fondazione Arthur Ashe è una cosa meravigliosa e la quantità di denaro versato per l’AIDS non è sufficiente, ma è significativa. Ma se vi dicessi che è dieci volte l’importo che va alla ricerca sul cancro? Vi dico che cinquecentomila persone moriranno quest’anno di cancro. Vi dico anche che una persona su quattro sarà afflitta da questa malattia. Eppure, in qualche modo, ci sembra di averla messa un po’ in secondo piano, allora voglio riportarla al centro dell’attenzione.

Abbiamo bisogno del vostro aiuto. Ho bisogno del vostro aiuto. Abbiamo bisogno di fondi per la ricerca. Forse non potrà salvare la mia vita, ma può salvare la vita dei miei figli, può salvare qualcuno che ami. E ESPN è stata così gentile da sostenere me in questo sforzo permettendomi di annunciare stasera, che, con il suo supporto – i loro soldi ed i loro dollari mi stanno aiutando – abbiamo creato la Jimmy V Foundation for Cancer Research. E il suo motto è “Non mollare, non mollare mai”. Questo è quello che ho intenzione di provare a fare ogni minuto che mi resta.

Io ringrazio Dio per il giorno ed ogni momento che vivo. Se mi vedete, fatemi un sorriso e datemi un abbraccio, questo è importante per me. Ma se potete, cercate di sostenere, la lotta all’AIDS o al cancro che sia, in modo che qualcun altro possa sopravvivere, possa prosperare e possa guarire da questa malattia spaventosa. Non potrò mai ringraziare abbastanza ESPN che permette che tutto ciò accada. Lavorerò per la ricerca contro il cancro e farò di tutto per essere qui l’anno prossimo per consegnare il premio Arthur Ashe al suo destinatario. Voglio consegnarlo io il prossimo anno!

 

Lo so, devo andare, devo andare, ma voglio ripetere ancora una cosa che ho già detto prima: il cancro si può portare via tutte le mie capacità fisiche, ma non può toccare la mia mente, non può toccare il mio cuore e non può toccare la mia anima. E queste tre cose saranno con me per sempre.
Vi ringrazio e che Dio vi benedica tutti.

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